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La maternità: il mistero della vita che da sempre incanta e commuove l’uomo. Un mistero insondabile, che ha trovato nell’arte infinite forme ed espressioni. E l’Arte non resta solo immagine, ma diventa viaggio interiore, ricerca del sacro, perché la maternità, anche per chi non crede, possiede un afflato divino.
Nascita e morte, alfa ed omega: indissolubilmente legate, racchiudono il tempo dell’esistenza umana. Sono semplicemente due momenti di passaggio che, per chi crede, definiscono un ciclo: verso una nuova rinascita, verso il ritorno alla Madre.
La Terra è Madre, perché produce i frutti e dà sostentamento. Fra le sue braccia ritorna a riposare chi ha concluso il suo ciclo vitale, contribuendo alla perpetuazione della vita. Rappresenta una bellissima metafora della generosità materna, della trasformazione e della rinascita.
La grotta è il più antico riparo dell’uomo: spazio elementare che racchiude e protegge. E’ il simbolo del sepolcro ma anche del ventre materno (cavità, seno della terra, basso ventre, volta, calice). Le grotte e le nicchie scavate nella roccia rappresentano i varchi che consentono allo spirito (Padre) di penetrare e fecondare la materia.
Il liquido amniotico è acqua e l’acqua è vita. L’acqua sorgiva, che sgorga dalla Terra, evoca il ciclo vitale compiuto nel segreto del grembo materno. Anche per questo i primitivi ne avevano fatto oggetto di venerazione.
Presso i Neolitici, il corpo materno, prezioso scrigno della creazione, viene considerato sacro. Nasce il culto della Dea Madre, che trova diffusione in tutto il Mediterraneo: madre fattrice e madre nutrice, Colei che dà la vita e Colei che la mantiene.
La concezione della grande Madre è presente in Sardegna: si ritrova nei menhir mammellati, negli idoli di pietra, nella tipologia dei pozzi sacri. I miti, poi, la tramandano: “sa mamma e’ vuntana”, in diretto rapporto con l’acqua, “Orgìa”, maga o gigantessa pietrificatasi dal dolore per aver visto uccisi i figli a causa di una maledizione…
Fra i bronzetti nuragici, il più significativo rappresenta la “Madre dell’ucciso”, una sorta di primitiva Pietà. Essa celebra il dolore e l’amore; vuole anche ricordare che, al momento della morte, il conforto estremo è fra le braccia della Madre.
Anche presso i Fenici, la Terra Madre (Astart/Anat) è la progenitrice di tutti gli esseri viventi.
Nel mondo cristiano la Madre per eccellenza è Maria, Colei che ha dato la vita e ha generato il Figlio dell’Uomo, il Salvatore. Rappresenta l’acqua, che in ebraico si dice MAHIM.
Nella Cristianità l’Icona con la maternità fu considerata il tramite fra il divino e l’umano. In Europa trionfa sugli altari e Medioevo e Rinascimento ne celebrano la grandezza.
Anche in architettura troviamo simbologie femminili: forme rotonde come la sfera e la cupola rappresentano la perfezione, il molteplice racchiuso nel semplice, il microcosmo specchio dell’infinito. Definiscono il luogo del sacro e il ciclo vitale dell’Uomo: 1) il paradiso iniziale 2) lo spazio dell’esistenza 3) il ritorno alla Madre, dove tutto si ricompone, i dolori si alleviano e subentra finalmente la pace.
Pensare alla maternità, al suo mistero e alla sua grandezza è come fare un percorso dell’anima. E’ una ricerca interiore, alla scoperta del sacro e del vero significato della vita.
Note a cura di Grazia Villani